Spunti – Alcune considerazioni sulla maternità surrogata

Negli ultimi anni il dibattito sulla maternità surrogata è diventato sempre più acceso. A ciò concorrono, da un lato, le differenze di normative a livello internazionale per cui alcuni Paesi la permettono ed altri no. Dall’altro lato incide la crescente domanda di un figlio, con ogni ausilio possibile.

Eppure, il desiderio di un figlio incontra necessariamente, soprattutto nel caso della maternità surrogata, dei limiti. Questi limiti in Italia sono, innanzi tutto, legali: l’art. 12 della legge n. 40/2004 vieta di realizzare, organizzare o pubblicizzare la surrogazione di maternità, pena la reclusione da tre mesi a due anni e la multa da 600.000 fino ad un milione di euro. Aggirare il divieto recandosi in paesi in cui la pratica è consentita ha portato a risultati giudiziari anche drammatici, in cui il bambino nato da una maternità surrogata internazionale illecita è stato poi posto in Italia in stato di adottabilità (Cassazione n. 24001/14).

A ciò si aggiungono implicazioni di ordine etico e psichico. Come riporta la psicanalista Laura Pigozzi nel libro “Mio figlio mi adora. Figli in ostaggio e genitori modello” (nottetempo, 2016) si tratta di una pratica odiosa in quanto sfrutta il corpo delle donne “in una complessa partita genetica, economica e legale che ha il fine di soddisfare un impellente bisogno di bambino, a scapito di un più impegnativo e simbolico desiderio di filiazione” (pp. 33-34).

A chi obietta avanzando il diritto delle donne di disporre del proprio corpo è facile rispondere che in una situazione di disparità economica la logica contrattualistica è ingannevole; anche immaginare che possa operare liberamente la logica del dono, in presenza di una disparità economica, è irrealistico. Il mito liberistico della libertà di decidere, soprattutto in materia di disposizione del proprio corpo, finisce altrimenti per coprire ingiustizie operate richiamando una autonomia del volere di fatto inesistente.

Alcune delle implicazioni psichiche sono ben riportate da Laura Pigozzi: “La pratica della maternità surrogata è un esempio di come un limite del reale possa venire aggirato denegando le più elementari questioni etiche. I partigiani di questa pratica sostengono che affittare un utero sia poco diverso dal donare un rene, come se questi organi fossero indifferenziati sul piano psichico. Ogni donna sa che l’utero non è un organo come un altro, lo sente sia propriocettivamente – nel senso di luogo di sensazioni interne – sia affettivamente come un organo iperinvestito, e questo indipendentemente dall’essere o meno diventata madre. L’utero rappresenta un’apertura al nuovo, indica sempre una possibilità a livello fantasmatico anche quando la sua funzione è terminata, è un luogo intimo e cavo, un punto di identificazione e di raccordo tra il femminile e la maternità, così come lo è il seno. Il rapporto che ogni donna ha con il proprio utero è psichicamente profondo. Un’altra considerazione su questo tema riguarda la voce della madre, quella del padre e le voci del mondo che il feto sente attraverso quel telefono senza fili che è la colonna vertebrale della madre e che fa dell’utero, prima culla del bambino, una culla sonora. Attraverso queste voci, riconosciute poi in après-coup, cioè posteriormente, ogni nuovo nato si trova già inserito in un gruppo linguistico e culturale ben definito (considerazione che vale con maggior peso per tutte le società a lingua tonale, che coprono la quasi totalità delle lingue presenti in Indocina, Cina e Africa subsahariana). Cosa accade nella situazione in cui il bambino viene precocemente deprivato di questa prima iscrizione simbolica – di questa sorta di registro anagrafico sonoro di cui, nella pratica affittuaria dell’utero, non saprà più nulla – è un tema che ancora non si è avuto modo di indagare. Sappiamo, però, che la lingua è strutturante anche nei suoi aspetti melodici e non solo in quelli di significato” (pp. 35-36). Particolarmente pregnante è la considerazione che “Ciò a cui, in ogni caso, occorre prestare attenzione è che nella richiesta di avere un bambino non ci sia uno scivolamento della posizione del bambino da soggetto del diritto, cioè da tutelare, a oggetto di diritto, cioè oggetto narcisistico di sostegno all’adulto, e questo per qualunque genitore, etero o gay” (pp. 36).

Dott.ssa Giada Ceridono

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TEMI – Coltivare la giusta speranza nell’infertilità

Che la speranza aiuti a vivere è esperienza comune, oltre che dato scientifico; senza speranza, cade ogni possibilità di cambiamento, soprattutto in situazioni difficili. La speranza è una virtù teologale e anche una caratteristica personale importante, che implica la fiducia e la convinzione che risultati positivi possano essere ottenuti. La speranza viene generalmente definita come un’aspettativa positiva orientata al futuro, intenzionale e basata sulla realtà, di cui non si nega la difficoltà. La speranza dà consapevolezza e coraggio. Secondo uno studioso del tema, la speranza è un processo cognitivo in cui si ha la convinzione di poter raggiungere i propri obiettivi – che devono essere raggiungibili, anche se con un certo grado di incertezza – e di poter ideare dei piani a tal fine (C. R. Snyder). La speranza è, quindi, un processo dinamico.

La speranza è un elemento a cui le persone che desiderano un figlio non vogliono rinunciare, pure di fronte all’esperienza dell’insuccesso e alla difficoltà di considerare un figlio come un obiettivo raggiungibile. La speranza aiuta ad avere consapevolezza e, nel contempo, a mantenere la motivazione; il passo è breve, tuttavia, rispetto al pericolo di coltivare aspettative irrealistiche di successo. Inoltre, è importante permettere alla speranza di evolvere nel corso dell’esperienza dell’infertilità, integrando l’obiettivo di un figlio in una prospettiva più ampia di speranza, intesa come speranza di vita. In questo senso uno degli studi più completi sul tema osserva che la speranza cambia a seconda delle fasi del processo in cui ci si trova, fasi distinte, in particolare, in quella dell’impegno, dell’immersione e del disimpegno (Y. Benyamini, 2003)[1]. Nella prima fase dell’impegno, chi ha problemi di infertilità tende a mantenere un’alta speranza, sia pure delegando molto al medico scelto. La fiducia nel professionista e la diligenza nell’eseguire i compiti medici assegnati dà alla donna e alla coppia un senso di controllo che permette loro di navigare all’interno dei sentimenti difficili che stanno provando. Soprattutto le donne avrebbero la tendenza ad avere aspettative irrealisticamente ottimiste circa le possibilità di successo dei trattamenti. Questo perché, a differenza di altri campi medici, nel caso dell’infertilità le possibilità di successo sono dell’ordine del tutto o niente, di un ‘o-o’, nel quale è molto più semplice contemplare la possibilità di successo che quella di fallimento. Nell’esame di realtà si tenderebbero ad interpretare i dati con un eccesso di ottimismo.

Secondo Beniamini la seconda fase è quella dell’immersione: con l’andare avanti dei tentativi si acquista consapevolezza che la risoluzione dei problemi non sarà né facile né breve. Da ciò deriva un senso di impotenza e di perdita di controllo oltre che un aumento del livello di stress. Soprattutto le donne cominciano ad evitare di frequentare persone che hanno figli; nel contempo, tuttavia, quelle stesse donne faticano ad accettare l’etichetta di ‘infertili’. In questo senso vivono il dilemma di dividersi tra accettazione e negazione del problema. L’accettazione di un evento stressante è spesso il primo passo per una strategia di adattamento. In questo caso, tuttavia, l’ambiguità della diagnosi medica rallenta la velocità di accettazione del problema, visto che la realtà potrebbe cambiare in ogni momento: basta, infatti, che il prossimo trattamento sia quello determinante ed immediatamente la coppia rientrerebbe nella situazione della normalità. In questa fase possono distinguersi tre distinti modi di reagire: lo stile di risposta “focus sull’infertilità”, lo stile di risposta “integrare l’infertilità dentro la vita” e quello “infertilità come una sfida a parte”. Nel caso dello stile di risposta ‘focus sull’infertilitàil resto della vita è in attesa, le donne non investono più sulla carriera o su altri interessi; a volte ci sono sentimenti di colpa che spingono a non prendersi gratificazioni; a volte si riduce il coinvolgimento in attività sociali per la difficoltà di avere a che fare con persone con bambini. Spesso la relazione tra i partner è appesantita da eventuali recriminazioni e, comunque, dalla tensione, mettendo così a repentaglio la risorsa più importante che hanno a disposizione, il proprio rapporto di coppia. La fantasia di avere un figlio resta e si continuano i trattamenti; anche se ci si tiene occupati per distrarsi non si perseguono altri obiettivi di vita. Le donne che attribuiscono maggior valore alla maternità vivono la maggior tensione. È questo lo stato meno difficile nel quotidiano: ci sono meno tensioni tra le esigenze legate alla condizione di infertilità e quelle di altri ambiti della vita; la fantasia comune, ovviamente irrealistica, è che risolvendo il problema dell’infertilità si risolveranno tutti gli altri problemi nella vita.

Chi segue lo stile di risposta ‘integrare l’infertilità dentro la vita’ adotta comportamenti attivi per limitare l’impatto dell’infertilità sulla vita. Il sogno di maternità non è abbandonato, anzi resta il tema centrale che impegna queste donne; esse tuttavia fanno uno sforzo per continuare a portare avanti la propria carriera, i propri interessi personali e le relazioni sociali e di coppia. Tutti questi ambiti sono condizionati dalla fatica e dal tempo che l’infertilità richiede, ma continuare ad investire in essi costituisce una fonte di gratificazione che restituisce un po’ delle energie perse. Non è facile mantenere l’equilibrio in quanto le esperienze legate all’infertilità continuamente si riaffacciano e vi sono continue tensioni tra le esigenze e domande legate a quel fronte e le altre domande della propria vita.

Infine, nello stile di risposta “infertilità come una sfida a parte” la mancanza di generatività è come se fosse l’unico aspetto rilevante della vita e, nello stesso tempo, tutti gli altri domini dell’esistenza (relazioni, lavoro, ecc) sono vissuti come se l’infertilità non esistesse. La speranza è ampia e focalizzata sulla qualità della propria vita, di cui la futura maternità è un aspetto. Quando si attiva questo stile di risposta non ci si limita a distrarsi bensì ci si impegna attivamente per darsi compensazioni, ci si coccola e si investe in altri ambiti della vita. Le coppie con questa mentalità sono in controllo dei trattamenti, condividono apertamente i loro vissuti con altri e nel frattempo si creano una vita che include spazi di cura parentale per altri. Tutto questo porta a livelli di qualità di vita significativamente più alti. Le donne di età più elevata sono avvantaggiate: hanno avuto più tempo per sviluppare altri interessi e realizzare alcuni dei propri obiettivi di vita, per cui la maternità non è più l’unico modo per sentire la propria identità ed il proprio auto-valore. Avere una rappresentazione di sé come multi-sfaccettata aiuta a ridurre lo stress dell’infertilità, soprattutto se le varie rappresentazioni sono positive.

Infine, per Benyamini la fase del distacco è quella più complessa, in cui la coppia, che era partita perseguendo un sogno e senza la minima attenzione alle statistiche, deve scendere a patti con la realtà e costruire un’altra strada mano a mano che le probabilità di un concepimento si riducono. In questa fase, in cui la speranza di un figlio naturale si riduce sempre più, è importante che trovi pieno sviluppo un’altra speranza, una speranza più ampia, nella vita, che consenta di trovare altre strade in cui veicolare le energie e le motivazioni sottese al progetto di un figlio.

Coltivare la capacità di individuare altri obiettivi – eventualmente anche chiedendo aiuto ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta quando da soli è troppo difficile – aiuta a recuperare un senso di scopo e di benessere. Se già in precedenza ci è coinvolti in altri  progetti allontanarsi dall’obiettivo della genitorialità biologica è meno difficile rispetto al caso in cui ci si impegni in un nuovo interesse come diretta conseguenza dell’ostacolo alla paternità o maternità.

Le considerazioni della Benyamini sono utili spunti di riflessione sull’importanza di integrare il desiderio di un figlio all’interno del progetto della propria vita, allargare la prospettiva e consentire alla speranza di evolversi, se quell’obiettivo non viene raggiunto, in speranza di vita, in capacità di dirottare il potenziale di amore e di energia inespressa in un nuovo e diverso progetto creativo.

[1] Y. Benyamini, Hope and fantasy among women coping with infertility and its treatments, in R. Jacoby – G. Kenian, Between stress and hope. From a disease-centered to a health centered perspective, 2003.

dott.ssa Giada Ceridono

TEMI – Infertilità: proteggere il proprio benessere

Desiderare un figlio e non riuscire ad averlo è un’esperienza molto stressante, che può spingere soprattutto le donne a mettere in questione il senso della propria vita e del proprio valore e a vivere isolamento, sensi di colpa, impotenza. Spesso, al dolore e alle difficoltà si aggiungono il giudizio negativo per essere ‘diversi’ dagli altri e il senso di colpa per essere arrivati tardi a cercare un figlio o anche, a volte, di aver scelto di non averne uno in un periodo precedente della propria vita. Questi pensieri appesantiscono una situazione in cui la tensione e la fatica sono già molto alte. Proprio in questa circostanza è importante coltivare tutti gli aspetti che possono aiutare a proteggere il proprio benessere e mantenere la positività nella propria vita. Tra questi, un ruolo importante ha la compassione verso di sé, o self compassion, ossia la disponibilità a dare a se stessi, soprattutto in momenti di sofferenza, lo stesso tipo di attenzione, cura e gentilezza che saremmo soliti riservare alle persone amate che si trovano in una condizione simile. Capita, infatti, a tanti di sperimentare che nei confronti delle proprie debolezze e difficoltà si tende ad essere duri e poco indulgenti e a rimproverarsi quando non si riesce subito a reagire. Al contrario, nei confronti delle persone care è molto più semplice avere un atteggiamento comprensivo, di ascolto e di protezione.

La self compassion è stata studiata da una ricercatrice americana, Kristin Neff che, a partire dal 2003, ha osservato come per provare compassione verso di sé bisogna coltivare tre abilità: 1) la capacità di trattarci con gentilezza, comprensione e perdono (per esempio, cambiando intenzionalmente il modo di parlare di noi stessi, sostituendo un linguaggio duro e poco comprensivo con uno più accettante e tollerante); 2) la capacità di vedere le proprie esperienze negative e i propri difetti come comuni a tutti e non come qualcosa che ci rende diversi, ‘difettosi’; 3) la capacità di affrontare e contenere le proprie emozioni e pensieri dolorosi, sapendole riconoscere e gestire piuttosto che iper-identificandosi in esse e facendosene trascinare. Secondo la Neff e gli studiosi che hanno successivamente analizzato questo parametro, coltivare la self compassion aiuta a generare emozioni di gentilezza verso se stessi e a sentirsi connessi agli altri, piuttosto che diversi e distaccati. Avere compassione verso di sé aumenta il proprio benessere emotivo e induce maggiore felicità, ottimismo, sentimenti positivi, saggezza, curiosità ed interesse personale. Si tratta di stati d’animo sempre importanti che, nel contesto dell’infertilità, aiutano a ridurre le emozioni negative che si provano, a ridurre le tensioni nel corpo e a rimanere in connessione con gli altri piuttosto che chiudersi nella propria sofferenza.

 

SPUNTI – In pace dopo l’infertilità

“Essere in pace dopo l’infertilità”. E’ difficile fare una simile affermazione, scrive Justine Brooks Froelker, autrice del libro “Ever Upward”, in cui racconta la propria esperienza con l’infertilità dando utili spunti a chi è impegnato nel compito di ritrovare se stesso dopo quell’uragano di sofferenza e fatica. Dopo l’infertilità vivere, racconta la Froelker, diventa un convivere con le proprie ferite e prendersene cura ogni giorno, stare nella tensione tra accettare quello che è, sia pure cercando di cambiare quello che si può, e sentire il dolore della perdita. Afferma giustamente la Froelker che essere in pace è difficile, in vario modo, per chiunque ha affrontato questo percorso, indipendentemente dall’esito. Anche chi era arrivato a dire ‘basta’ e poi ha ricevuto la sorpresa della maternità vive una tensione, tra il lieto fine e il fatto che dentro di sé aveva rinunciato a quel sogno, insieme alla domanda, eventualmente, se riprovare per un secondo figlio. Oppure chi ha conosciuto l’infertilità secondaria, per cui il primo figlio è arrivato senza pensieri mentre il secondo non ne vuole sapere: c’è una tensione tra la gratitudine per ciò che si è avuto, il senso di colpa di volere di più e la rabbia di doverci rinunciare. Persino chi ce l’ha fatta dopo i trattamenti di infertilità ha, sì, il lieto fine ma, accanto alla gratitudine, rimangono le ferite di quello che si dovuto attraversare per avere una famiglia. Infine, per chi è arrivato a dire ‘basta’ e ha accettato una vita senza figli per non perdere se stesso, il senso di pace è difficile. Belle ed utili sono le considerazioni della Froulker sull’impegno che richiede vivere in pace, fare i conti con la propria storia e farne un’occasione di crescita personale: “L’infertilità ci ruba la parola pace. Cambia tutto, per sempre. L’unico modo di avere questi momenti di pace … è cambiare la nostra prospettiva e lavorarci. Il lavoro di rompere il silenzio, condividere la nostra storia e trovare la nuova versione di chi siamo e chi vogliamo essere con queste ferite che resteranno per sempre” (citazioni da http://www.huffingtonpost.com/justine-brooks-froelker/why-at-peace-will-never-describe-survivors-of-infertility_b_7697130.html).

 

Giada Ceridono

TEMI – Infertilità: le risorse per fare fronte

Spesso, quando il desiderio di un figlio non trova una naturale ed immediata realizzazione, si attraversano percorsi faticosi e frustranti. La coppia deve riscoprire le proprie risorse per affrontare nel modo migliore una complessa fase di vita. Questo non sempre avviene: in diversi casi non si cerca un aiuto medico; determinante è la difficoltà, generalmente degli uomini, ad aprirsi con amici e parenti per parlare del problema, oltre che l’assenza di adeguate informazioni. Inoltre, secondo alcuni studi oltre la metà delle coppie non persevera nel ciclo di trattamenti a causa della fatica e della tensione. Il costo dei trattamenti, al contrario, non ha la medesima incidenza; anzi, l’abbandono delle cure avviene anche nei paesi in cui il trattamento è a carico del servizio sanitario nazionale (Brandes et al., 2009)*.

Secondo uno studio condotto presso l’Università del Michigan, al momento delle cure mediche la resilienza della coppia – ossia la capacità di reagire positivamente ai traumi, al dolore e al cambiamento, subìto, del proprio progetto di vita, mutando le difficoltà in opportunità – è significativamente impoverita. Invece, l’aprirsi e il cercare aiuto per affrontare e gestire i problemi aumentano la capacità di reagire, rivalutare la propria sofferenza, modificare l’idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale e farne un’occasione di crescita personale.

La coppia ha comunque risorse importanti da valorizzare per avere sostegno ed orientamento. In primo luogo, la propria rete sociale, anche se soprattutto gli uomini tendono a non avvalersene pienamente, essendo meno aperti a parlare del problema.

Le esperienze di gruppo sono poi molto utili, in quanto consentono la condivisione delle emozioni e al sostegno emotivo della coppia. Infine, gli rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta aiuta ad elaborare la mancata genitorialità, ad orientarsi nella scelta delle strade da intraprendere nonchè a gestire la tensione legata al ricorso a cure mediche e le problematiche di natura sessuale che possono essere intervenute per via dell’infertilità. Sono ormai numerosi gli studi che sostengono come l’utilizzo di tali risorse diminuisca lo stato di stress della coppia.

*Brandes et al., When and why do subfertile couples discontinue their fertility care? A longitudinal cohort study in a secondary care subfertility population, HumReprod. 2009 Dec; 24(12): 3127-35.

LIBRI – Esperienze a confronto: “Lettera a un bambino che è nato”

Una delle esperienze che danno sollievo nelle difficoltà è l’incontro con chi ha un vissuto simile, in cui rispecchiarsi. Il rispecchiamento permette di riscoprirsi, di dare parole, anche diverse, a quello che si sta attraversando. Ed è proprio il dare parola che amplia la consapevolezza e la prospettiva. Emozioni che faticavano ad uscire trovano espressione, emozioni che sembravano soffocanti riescono a contenersi. È questo una delle forze di un lavoro di gruppo (su cui si veda qui); è questo l’aiuto che può dare, in modo diverso, un libro.

Per chi sceglie di affrontare la ricerca di un figlio tramite la procreazione medicalmente assistita e per chi gli è vicino, il libro di Raffaella Clementi “Lettera ad un bambino che è nato. Storia di una procreazione medicalmente assistita” (Imprimatur editore, 2013; citazioni dal testo) è una lettura coinvolgente. Nel libro, una sorta di diario nel percorso della pma che ha consentito all’autrice di avere un figlio, si ritrovano affrontate tante fasi comuni a chi vive questa situazione. Il sottile senso di colpa perché si è arrivati tardi all’appuntamento con la maternità ed, insieme, la consapevolezza che “ci vuole tempo per diventare quello che si è”. L’invidia nei confronti di chi riesce con apparente naturalezza nell’obiettivo e l’amarezza verso chi giudica senza conoscerle le scelte della fecondazione assistita. E poi la difficoltà, una volta saliti sulla “folle giostra” della pma, di trovare spazio per altro e la concentrazione quasi ossessiva di tutti gli interessi lì, con la speranza e lo stordimento che provoca.

Particolarmente importante è la sottolineatura, che emerge dall’esperienza narrata, dell’importanza di elaborare la perdita e di ripensare alla coppia, ristrutturandola dopo la crisi attraversata. Nutrire la coppia è, infatti, essenziale nel percorso di pma.  A prescindere dall’esito, che potrebbe non essere sempre quello dell’arrivo del figlio, la coppia ha comunque necessità di tendere alla sua stessa rinascita, con una più adulta e serena consapevolezza dei propri punti di forza e del proprio valore. É questo uno degli obiettivi che si propone il lavoro di gruppo promosso da Relazione Feconda.

“L’infertilità è ancora il tema del segreto, del non detto, del lutto”. É dunque importante parlarne: parlare della ferita ed uscire dal senso di vergogna ed inadeguatezza è la chiave per attraversare il vuoto lasciato dal figlio che non arriva e ripartire da sé per trovare un direzione ed un senso, anche inedito, al proprio percorso.

Dott.ssa Giada Ceridono

TEMI – Sulla possibilità di donare alla ricerca gli embrioni non utilizzati

Torna all’attenzione dei tribunali la questione se si possano donare alla ricerca gli embrioni congelati e non utilizzati. Una coppia che ha avuto, tramite interventi di procreazione assistita, prima una figlia e poi due gemelli ha chiesto al Tribunale di Milano di riconoscere il proprio diritto a disporre del terzo embrione ottenuto nell’ambito dell’ultimo trattamento e congelato. In questo contesto la coppia solleva questione di costituzionalità dell’art. 13 della legge n. 40/04 lì dove consente la ricerca solo per perseguire finalità terapeutiche e diagnostiche volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione mentre vieta, e sanziona penalmente, qualsiasi altra attività è vietata e penalmente sanzionata. La questione, peraltro, è stata già sollevata nell’ambito di altri ricorsi, per cui si attende una sentenza della Corte Costituzionale sul punto (sul ricorso, cfr. anche http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/fertilita-e-infertilita/2014/10/10/news/fecondazione_embrioni_a_ricerca_coppia_fa_ricorso_e_chiede_a_tribunale_milano_invio_atti_a_consulta-97804092/?ref=HREC1-15).

Per chi si sottopone a trattamenti di fecondazione assistita si tratta di un punto molto importante: tante coppie vivono con disagio, quando non con un conflitto etico profondo, il fatto di avere embrioni congelati. Questo può rendere la decisione – in alcuni casi proprio impossibile, in altri casi molto pesante – di non procedere ad un nuovo impianto difficile. Di fatto, al momento questo implica l’abbandono degli embrioni, che rimangono congelati sine die.

A volte, alcune coppie arrivano a impiantare tanti embrioni, con il rischio di pericolose gravidanze multiple, per evitare di trovarsi in questo dilemma.Da tanti si auspica che sia consentito, come in altri paesi tra cui la Francia, donare ad altre coppie gli embrioni in sovrannumero oppure, in alternativa, di destinarli alla ricerca scientifica. Ammettere quest’ultima possibilità alleggerirebbe la decisione, consentendo a molte coppie di fare una scelta conforme al proprio desiderio, evitando di ritrovarsi, in alcuni casi, in una situazione difficile da gestire non solo per sé ma anche per gli eventuali bambini che dovessero nascere.

La sensibilità della questione è dimostrata dal fatto che è stata lanciata una campagna di raccolta di firme, “One of us”, che ha raccolto oltre 1.700.000 firme per chiedere alla Commissione europea un divieto a livello comunitario sul finanziamento di attività che presuppongono la distruzione di embrioni umani a fini di ricerca, aiuto allo sviluppo e salute pubblica, per rispettare la dignità e l’integrità umane.

Il 28 maggio u.s. la Commissione ha respinto la richiesta affermando la legittimità del sistema di finanziamenti alla ricerca attualmente vigente. La Commissione ha osservato che le disposizioni vigenti relative alla ricerca sulle cellule staminali embrionali umane sono pienamente conformi ai trattati e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Inoltre,  afferma la Commissione nella Comunicazione in cui definisce la questione, tali disposizioni rispondono “già a un certo numero di importanti richieste degli organizzatori, nella fattispecie che l’UE non finanzi la distruzione di embrioni umani e che esistano appositi dispositivi di controllo. La Commissione ritiene tuttavia di non poter accogliere la richiesta degli organizzatori, ossia che l’UE non finanzi la ricerca successiva alla derivazione di linee cellulari staminali embrionali umane, in quanto la Commissione ha formulato la sua proposta tenendo conto delle considerazioni etiche, dei benefici potenziali per la salute e del valore aggiunto del sostegno a livello unionale di tutti i tipi di ricerca sulle cellule staminali.

La Società europea di medicina della riproduzione, ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embriology), si era opposta alla campagna sostenendo che un divieto al finanziamento della ricerca sulle cellule staminali avrebbe pregiudicato i progressi nel campo, tra gli altri, della medicina della riproduzione.

Per un approfondimento sul tema, cfr. http://www.hera.it/news/240-Il%20destino%20degli%20embrioni%20congelati%20%20e%20abbandonati.html nonché la Comunicazione della Commissione http://ec.europa.eu/transparency/regdoc/rep/1/2014/IT/1-2014-355-IT-F1-1.Pdf