Spunti – Alcune considerazioni sulla maternità surrogata

Negli ultimi anni il dibattito sulla maternità surrogata è diventato sempre più acceso. A ciò concorrono, da un lato, le differenze di normative a livello internazionale per cui alcuni Paesi la permettono ed altri no. Dall’altro lato incide la crescente domanda di un figlio, con ogni ausilio possibile.

Eppure, il desiderio di un figlio incontra necessariamente, soprattutto nel caso della maternità surrogata, dei limiti. Questi limiti in Italia sono, innanzi tutto, legali: l’art. 12 della legge n. 40/2004 vieta di realizzare, organizzare o pubblicizzare la surrogazione di maternità, pena la reclusione da tre mesi a due anni e la multa da 600.000 fino ad un milione di euro. Aggirare il divieto recandosi in paesi in cui la pratica è consentita ha portato a risultati giudiziari anche drammatici, in cui il bambino nato da una maternità surrogata internazionale illecita è stato poi posto in Italia in stato di adottabilità (Cassazione n. 24001/14).

A ciò si aggiungono implicazioni di ordine etico e psichico. Come riporta la psicanalista Laura Pigozzi nel libro “Mio figlio mi adora. Figli in ostaggio e genitori modello” (nottetempo, 2016) si tratta di una pratica odiosa in quanto sfrutta il corpo delle donne “in una complessa partita genetica, economica e legale che ha il fine di soddisfare un impellente bisogno di bambino, a scapito di un più impegnativo e simbolico desiderio di filiazione” (pp. 33-34).

A chi obietta avanzando il diritto delle donne di disporre del proprio corpo è facile rispondere che in una situazione di disparità economica la logica contrattualistica è ingannevole; anche immaginare che possa operare liberamente la logica del dono, in presenza di una disparità economica, è irrealistico. Il mito liberistico della libertà di decidere, soprattutto in materia di disposizione del proprio corpo, finisce altrimenti per coprire ingiustizie operate richiamando una autonomia del volere di fatto inesistente.

Alcune delle implicazioni psichiche sono ben riportate da Laura Pigozzi: “La pratica della maternità surrogata è un esempio di come un limite del reale possa venire aggirato denegando le più elementari questioni etiche. I partigiani di questa pratica sostengono che affittare un utero sia poco diverso dal donare un rene, come se questi organi fossero indifferenziati sul piano psichico. Ogni donna sa che l’utero non è un organo come un altro, lo sente sia propriocettivamente – nel senso di luogo di sensazioni interne – sia affettivamente come un organo iperinvestito, e questo indipendentemente dall’essere o meno diventata madre. L’utero rappresenta un’apertura al nuovo, indica sempre una possibilità a livello fantasmatico anche quando la sua funzione è terminata, è un luogo intimo e cavo, un punto di identificazione e di raccordo tra il femminile e la maternità, così come lo è il seno. Il rapporto che ogni donna ha con il proprio utero è psichicamente profondo. Un’altra considerazione su questo tema riguarda la voce della madre, quella del padre e le voci del mondo che il feto sente attraverso quel telefono senza fili che è la colonna vertebrale della madre e che fa dell’utero, prima culla del bambino, una culla sonora. Attraverso queste voci, riconosciute poi in après-coup, cioè posteriormente, ogni nuovo nato si trova già inserito in un gruppo linguistico e culturale ben definito (considerazione che vale con maggior peso per tutte le società a lingua tonale, che coprono la quasi totalità delle lingue presenti in Indocina, Cina e Africa subsahariana). Cosa accade nella situazione in cui il bambino viene precocemente deprivato di questa prima iscrizione simbolica – di questa sorta di registro anagrafico sonoro di cui, nella pratica affittuaria dell’utero, non saprà più nulla – è un tema che ancora non si è avuto modo di indagare. Sappiamo, però, che la lingua è strutturante anche nei suoi aspetti melodici e non solo in quelli di significato” (pp. 35-36). Particolarmente pregnante è la considerazione che “Ciò a cui, in ogni caso, occorre prestare attenzione è che nella richiesta di avere un bambino non ci sia uno scivolamento della posizione del bambino da soggetto del diritto, cioè da tutelare, a oggetto di diritto, cioè oggetto narcisistico di sostegno all’adulto, e questo per qualunque genitore, etero o gay” (pp. 36).

Dott.ssa Giada Ceridono

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SPUNTI – Fare o essere genitori?

“E’ cresciuta nel corso degli ultimi anni la percezione che la funzione educativa sia ormai un’azione complessa e difficile. Un po’ tutti avvertono che il mestiere di genitore e diventato problematico e non si improvvisa. Per questo i nuovi genitori si interrogano di continuo e con non poca sofferenza sulla funzione educativa, ma soprattutto interpellano i cosiddetti esperti per avere indicazioni su come crescere i bambini e gli adolescenti. E mai come ora i genitori si sono sentiti fragili e inadeguati. … In parte i nuovi genitori sono un po’ tutti presi dal bisogno di realizzare il «genitore perfetto», un po’ per mostrare a se stessi che sono bravi e sovente con l’aspettativa di correggere gli sbagli fatti dai propri genitori.
Forse bisognerebbe invece essere solo «sufficientemente buoni» come sosteneva Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese. E già non sarebbe poco. Aiuterebbe sicuramente ad accettare di più i propri sbagli e correggerli senza paure eccessive di aver fatto chissà quali guai. … Essere oggi genitori vuol dire spesso avere continue paure per i figli e dei figli, cosa peraltro nuova e decisamente fuorviante. Perché essere educatori impauriti significa non aver autorevolezza, o averne troppo poca. Si finisce per fare i genitori un po’ conigli e un po’ lepri, cioè in fuga come educatori, perché presi da preoccupazioni eccessive, insicuri e per questo iperprotettivi, avvolgenti e invischianti.
Madri e padri che chiedono rassicurazioni ai figli piuttosto che offrirne. A volte simili a Bonsai in quanto adulti rimasti piccoli o eterni fanciulli che come adultescentisono incapaci di dare appoggio alle difficoltà, ma anche limiti e contenimento alle esuberanze dei figli.  Ed è per questo che i nuovi genitori affollano le serate in cui si parla di come educare i figli, con l’idea che il relatore fornisca la formula magica capace di ridurre la fatica della genitorialità o sanare i disturbi dei figli. Viceversa quelle serate all’insegna dell’ampliamento della conoscenza dovrebbero essere un’occasione preziosa di confronto diretto tra genitori e una vera e propria condivisione di esperienze comuni, piuttosto che il dispenser di consigli pronto uso su come risolvere i problemi. La sfida per i nuovi genitori non è tanto quella di saper fare quanto piuttosto il saper essere.”

(tratto da Giuseppe Maiolo, Fare o essere genitori, pubblicato su http://www.ladigetto.it/index.php?news=48786)

FILM – “La famiglia Belier”, ovvero far volare il desiderio

“La famiglia Belier” è un ritratto incantevole della capacità di dare ascolto al proprio desiderio, di mettere al mondo qualcosa di sé e di amare. E, nello stesso tempo, fa riflettere sul ruolo dei genitori nel mettere in moto questo desiderio. Paula è un’adolescente cresciuta in una famiglia unita e vitale nonostante il fatto che i genitori e il fratello minore sono sordomuti ed in cui la ragazza ha assunto il compito di fare da tramite con il resto del mondo. All’inizio del film il padre decide, nonostante il suo handicap, di candidarsi alle elezioni contro il sindaco uscente. È una decisione importante, che lo porta a coinvolgere la sua famiglia e, soprattutto, la figlia, l’unica in grado di comunicare – almeno a parole – con il mondo. Nello stesso tempo Paula comincia a frequentare un corso di canto; l’insegnante coglie il suo talento e la spinge a coltivarlo, inserendola in un duetto nella recita di fine anno e poi spingendola a partecipare alla selezione dei talenti di Radio France a Parigi. Paula inizialmente respinge questa possibilità perché si sente insicura rispetto alle proprie capacità e tenuta ad aiutare la propria famiglia. Quando la ragazza cominciare a voler prendere sul serio questa chance si scontra con le aspettative della famiglia, rispetto all’impegno di Paula nell’attività familiare, ad un livello più immediato; più in profondità, rispetto al suo stesso essere ‘normale’ e al desiderio dei genitori di educarla “come se fosse sordomuta dentro”. Cantare era quanto di più lontano ci fosse da loro. Eppure, durante la recita i genitori si accorgono di quanto il duetto cantato da Paula commuova il pubblico. In particolare il padre di Paula si dimostra attento nei confronti del desiderio della figlia. È lui a spingerla a partecipare all’audizione ed a convincere la madre a sostenerla. La scena dell’audizione è emozionante: viene fuori la maturità di Paula nello scegliere, da un lato, di seguire la propria strada e, dall’altro, nel comunicarlo ai familiari nel loro linguaggio e con amore. “Prendo il volo, non fuggo”, canta Paula.

Il film fa riflettere su quanto sia difficile, e vitale, ascoltare il proprio desiderio, ossia la propria “capacità di lavoro, di impresa, di progetto, di slancio, di creatività, di invenzione, di amore, di scambio, di apertura, di generazione” (Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio). Saper seguire il nostro desiderio implica innanzitutto riconoscerlo, prenderlo sul serio, coltivarlo ed assumersi la responsabilità delle scelte che ne conseguono. Imparare ad ascoltare la propria spinta vitale è una parte importante di un percorso di crescita personale. Anche perché il più delle volte non siamo educati ad ascoltarci, a riconoscere i nostri desideri profondi e a rispettarli. In questo senso è molto bella la figura del padre di Paula, capace di sostenere il volo della figlia e, prima ancora, di testimoniare, con le sue scelte, “come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità” e che la vita può avere un senso. Così facendo si dimostra davvero Padre, perché “il lievito del desiderio si semina solo per contagio, per la via accidentata e imprevedibile della testimonianza” (ivi).

Giada Ceridono

SPUNTI – Genitorialità: La differenza tra padre e genitore

“Spesso si fa confusione tra padre e genitore. All’uomo bastano tre minuti per essere genitore. Tutt’altra avventura é l’essere padre. Essere padre é dare il proprio nome al bambino, provvedere al suo sostentamento a prezzo del proprio lavoro; é educarlo, istruirlo, chiamarlo a un più di vita, a un più desiderio… É tutt’altra cosa che essere genitore. Tanto meglio, forse, se il padre é anche genitore ma, in fondo, ci sono solo padri adottivi. Un padre deve sempre adottare il proprio figlio. Vi sono padri che adottano il figlio già alla nascita, altri qualche giorno o alcune settimane più tardi, altri ancora lo adotteranno quando comincerà a parlare, ecc. Non c’é padre che non sia adottivo.” Così scriveva la psicanalista Françoise Dolto, sviluppando l’intuizione lacaniana secondo cui ogni maternità o paternità é sempre frutto di una scelta, di un’adozione; nel libro “I Vangeli alla luce della psicoanalisi” la Dolto ha riletto in questo senso il ruolo simbolico di padre di Giuseppe, osservando quanto segue: “La “Sacra Famiglia”, che a prima vista sembra essere una famiglia un pò fuori dal comune, rispetto al processo di genitorialitá sul piano umano, in realtà mette a fuoco tutte le necessità di genitorialitá sul piano spirituale. Giuseppe é un esempio straordinario, poiché accetta fin nel suo inconscio di allevare questo bambino. Sa che non si hanno mai i bambini sognati, perciò lo adotta. Accetta di proteggerlo, guidarlo, istruirlo nella legge, insegnargli il mestiere di uomo, senza essergli rivale. Le parole che raccontano tutto ciò non hanno forse un grande valore di esempio per noi che invece di accettare i bambini li censuriamo, per noi che ‘imprigioniamo’ i nostri figli per paura o per rivalità”.

SPUNTI – Separazione: limitare il dolore del distacco del padre

La separazione dei partner comporta la fine, spesso molto dolorosa, dell’intimità quotidiana del rapporto tra padri e figli. Molti padri ne soffrono molto e lo raccontano (vedi https://separarsibene.wordpress.com/2015/05/24/riflessioni-di-un-padre-separato/). Anche per i figli l’assenza del padre nel quotidiano è difficile da gestire: al dolore per la perdita della quotidianità si aggiunge spesso la difficoltà di capire e accettare profondamente la rottura tra i genitori. In questo è essenziale il ruolo della madre. Come dice Recalcati, l’assenza del padre non è in se stessa un trauma; “la sua carenza diviene traumatica solo se implica una carenza simbolica. … L’assenza paterna diviene traumatica … se la parola della madre la interpretasse come segno di disinteresse, di rifiuto dell’adozione simbolica che la scelta della paternità impone. La parola della madre ha il potere di significare l’assenza del padre in modi totalmente diversi” (Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, 113). In questo senso, ciascun genitore, ed in particolare la madre, ha la responsabilità di preservare l’immagine dell’altro genitore agli occhi del figlio e di non demolirla caricandola della propria rabbia.

Per questo è così importante, per la coppia in crisi, scegliere la strada della separazione consensuale e condividere, praticamente oltre che giuridicamente, il più possibile l’affidamento dei figli. La separazione giudiziale spesso implica, infatti, l’acuirsi del conflitto e il desiderio che il giudice stabilisca che la responsabilità della rottura è dell’altro. Il crescendo emotivo che ne discende la rende spesso una strada senza ritorno in termini di litigiosità, i cui strascichi si sentono, inevitabilmente, anche nella gestione comune dei figli. Invece, è importante ricordare che, anche se non ci si ama più, si resta genitori insieme. Per questo è importante riuscire, eventualmente attraverso l’aiuto di un mediatore, ad abbassare i toni del conflitto e ad elaborare un accordo di separazione che realizzi, per quanto possibile, un affidamento davvero condiviso, nell’interesse di tutti.

(foto Happy Dad by 123freevectors.com)

SPUNTI – Video: La separazione vista da un figlio

Un video trasmesso dalla televisione RSI LA1 svizzera fa riflettere su come un figlio può vivere la sofferenza dei genitori per una separazione o un divorzio. Genitori che diventano ‘bestie’ e di cui il figlio deve occuparsi emotivamente. E’ un utile reminder dell’importanza di ‘separarsi bene’ e di proteggere i figli nonostante il dolore che si sta vivendo. Troppe volte i figli diventano i salvatori emotivi dei loro genitori, soprattutto delle madri, e questo è un compito pesantissimo ed ingiusto. Piuttosto, i genitori hanno la responsabilità di prendersi cura di se stessi, in primo luogo, per proteggere adeguatamente i figli. Di qui l’importanza di tutti gli strumenti che possono aiutarli ad abbassare i toni del conflitto con il partner, a comprendere quello che non ha funzionato nella relazione e la parte di ciascuno in questo. Tutto questo aiuta ad elaborare il lutto della separazione e, nello stesso tempo, a maturare la consapevolezza che, anche se non si è più coppia, si resta comunque ‘genitori insieme’ e che entrambi i partner devono collaborare insieme per aiutare i figli a vivere il meglio possibile un evento per loro già profondamente di rottura. Per altre considerazioni cfr. http://www.stateofmind.it/2015/04/genitori-bestia-separazione/, che ha segnalato il suddetto video.

LIBRI – “Osare in grande”. Amare la nostra vulnerabilità (e insegnarlo ai figli)

Imparare a voler bene alla nostra imperfezione è un passaggio importante per vivere meglio. La crescita personale che questo implica è di accettare la nostra vulnerabilità ed acquisire la consapevolezza di “essere abbastanza, che andiamo bene come siamo. Sentire che non è necessario essere sempre di più e che, se sbagliamo, possiamo riconoscere l’errore, imparare ed andare avanti, senza cadere nel senso di vergogna che ci fa sentire che siamo sbagliati, piuttosto che abbiamo sbagliato. E’ questa la tesi di Brene Brown nel suo ultimo libro, “Osare in grande“, così come nel precedente “I doni dell’imperfezione“. Brene Brown ci invita ad avere il coraggio di abbracciare la nostra imperfezione: “la nostra disponibilità a riconoscere ed avere a che fare con la nostra vulnerabilità determina la profondità del nostro coraggio e la chiarezza del nostro scopo; la misura in cui ci proteggiamo dall’essere vulnerabili è una misura della nostra paura… Quando passiamo la nostra vita aspettando di essere perfetti ed inattaccabili prima di entrare nell’arena, stiamo sacrificando in ultima istanza relazioni ed opportunità che potrebbero essere irrecuperabili. … Perfezione ed inattaccabilità sono seducenti ma non esistono nell’esperienza umana. Dobbiamo entrare nell’arena, qualunque essa sia … con coraggio e la disponibilità a coinvolgerci. Piuttosto che temere il giudizio, dobbiamo avere il coraggio di mostrarci e farci vedere. Questa è vulnerabilità. Questo è osare grandemente“.

Le implicazioni sono potenti, in primo luogo per il proprio benessere, poi rispetto ai figli, spesso vittime del perfezionismo di genitori da cui ricevono la spinta ad essere di più (come argomentato in http://27esimaora.corriere.it/articolo/abbastanza-perche-non-ci-basta-piu/#more-15340). E quello che passa, sottolinea giustamente la Brown, è l’esempio di quello che i genitori vivono e sentono in prima persona, più che tante parole. Quindi se, come genitori, non vogliamo costringere i figli dentro la gabbia del perfezionismo in cui ci siamo trovati a nostra volta impigliati, è da noi che dobbiamo partire, riconoscendo i modelli che ci sono stati imposti, rispetto ai quali non siamo mai abbastanza. Il lavoro di crescita personale che dobbiamo fare è di arrivare ad accettarci per quello che siamo e non per quello che gli altri avrebbero voluto che fossimo. Raggiungere questa libertà significa poterla poi riconoscere ai nostri figli, di essere come sono. E questo è il più bel regalo che possiamo fare loro.

(foto ©Jane Brennecker | Dreamstime.com)