TEMI – La fatica della separazione e il paradosso della mediazione

La separazione e il divorzio dal partner rappresentano uno dei momenti più difficili della vita. Le coppie che si separano devono ridefinirsi in tutti gli ambiti della propria vita. L’impatto emotivo e psicologico è profondo. Gli ex partner devono cominciare una difficile e dolorosa ridefinizione del proprio modo di essere e adattarsi ad un nuovo modo di vivere. Molti chiedono aiuto a parenti e amici o anche a professionisti. Cercare ed accettare un aiuto esterno è un passaggio importante per superare la crisi causata dalla rottura e rimettere in sesto la propria vita. In questo, intraprendere una mediazione familiare è stato definito un “paradosso”: pensare di sedere intorno ad un tavolo per discutere di come gestire i figli o i risparmi con il partner che magari se ne è appena andato a vivere con un’altra persona sembra quasi una forzatura, in un momento in cui si vorrebbe solo dare libero sfogo alla rabbia e al dolore (cfr. Parkinson, La mediazione familiare, 2013). Tuttavia, la mediazione – al di là della diversità degli approcci teorici dei professionisti che la praticano – non è solo un percorso volto alla definizione in comune di un accordo tra i partner su come organizzare i propri rapporti e quelli con i figli quanto anche un momento di elaborazione della crisi della coppia e degli aspetti emotivi e relazionali coinvolti. In questo senso è un processo che accoglie la sofferenza e il dolore dei partner e li mette nella condizione di dare una direzione a quella sofferenza. I partner, tramite il percorso di mediazione, riacquistano il senso di controllo sulla propria vita arrivando a riconoscere i propri bisogni in quel momento, a confrontarli con quelli dell’ex partner e dei figli, e a decidere della propria vita. E questo è uno snodo importante da cui ripartire per andare avanti con la propria vita.

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SPUNTI – Fare o essere genitori?

“E’ cresciuta nel corso degli ultimi anni la percezione che la funzione educativa sia ormai un’azione complessa e difficile. Un po’ tutti avvertono che il mestiere di genitore e diventato problematico e non si improvvisa. Per questo i nuovi genitori si interrogano di continuo e con non poca sofferenza sulla funzione educativa, ma soprattutto interpellano i cosiddetti esperti per avere indicazioni su come crescere i bambini e gli adolescenti. E mai come ora i genitori si sono sentiti fragili e inadeguati. … In parte i nuovi genitori sono un po’ tutti presi dal bisogno di realizzare il «genitore perfetto», un po’ per mostrare a se stessi che sono bravi e sovente con l’aspettativa di correggere gli sbagli fatti dai propri genitori.
Forse bisognerebbe invece essere solo «sufficientemente buoni» come sosteneva Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese. E già non sarebbe poco. Aiuterebbe sicuramente ad accettare di più i propri sbagli e correggerli senza paure eccessive di aver fatto chissà quali guai. … Essere oggi genitori vuol dire spesso avere continue paure per i figli e dei figli, cosa peraltro nuova e decisamente fuorviante. Perché essere educatori impauriti significa non aver autorevolezza, o averne troppo poca. Si finisce per fare i genitori un po’ conigli e un po’ lepri, cioè in fuga come educatori, perché presi da preoccupazioni eccessive, insicuri e per questo iperprotettivi, avvolgenti e invischianti.
Madri e padri che chiedono rassicurazioni ai figli piuttosto che offrirne. A volte simili a Bonsai in quanto adulti rimasti piccoli o eterni fanciulli che come adultescentisono incapaci di dare appoggio alle difficoltà, ma anche limiti e contenimento alle esuberanze dei figli.  Ed è per questo che i nuovi genitori affollano le serate in cui si parla di come educare i figli, con l’idea che il relatore fornisca la formula magica capace di ridurre la fatica della genitorialità o sanare i disturbi dei figli. Viceversa quelle serate all’insegna dell’ampliamento della conoscenza dovrebbero essere un’occasione preziosa di confronto diretto tra genitori e una vera e propria condivisione di esperienze comuni, piuttosto che il dispenser di consigli pronto uso su come risolvere i problemi. La sfida per i nuovi genitori non è tanto quella di saper fare quanto piuttosto il saper essere.”

(tratto da Giuseppe Maiolo, Fare o essere genitori, pubblicato su http://www.ladigetto.it/index.php?news=48786)

FILM – “Nessuno si salva da solo” e la coppia può trasformarsi

“Nessuno si salva da solo” é l’enigmatico messaggio lanciato dal libro di Margaret Mazzantini, di recente sceneggiato dalla stessa nell’omonimo film di Sergio Castellitto. La storia é straziante ed esemplificativa della parabola di tante storie d’amore. Una coppia da poco separata si ritrova a cena per discutere dell’organizzazione delle vacanze dei figli. Come spesso accade l’incontro, apparentemente occasionato da ragioni che si credevano meramente organizzative, fa emergere ricordi e risentimenti, dolore per l’amore che fu e per quello che si é perso, scatenano dinamiche complesse e difficili da contenere. .
Il libro e il film trascinano, in flashback, nello strazio della felicità che si aveva e si é lasciata andare, dietro errori, tradimenti e ferite che hanno creato la distanza. Ancor più dolorosa é la consapevolezza del prezzo che pagano i figli quando la tensione tra i partner é talmente forte che non riescono a controllarsi, come é raccontato nel film a proposito del gesto di frustrazione e rabbia della protagonista per il ritardo del marito, che la spinge a sbattere la testa del bambino contro il muro. Quanta sofferenza, quanto tormento.
Un punto di svolta é l’incontro della coppia con un uomo anziano, che festeggia vicino a loro un rapporto d’amore felice, ricco, ancora frizzante nonostante gli anni e la malattia. Quest’uomo chiede loro di pregare per lui, malato di cancro, perché “nessuno si salva da solo”. E questo messaggio apre, nel film, alla speranza, alla possibilità che qualcosa possa cambiare confrontandosi in maniera non distruttiva, stemperando la tensione e, forse, ritrovando anche una nuova armonia per essere comunque buoni genitori insieme o, magari, riprovarci ancora. La terapeuta di coppia Esther Perel scrive che, nel corso della vita della maggior parte di noi, si hanno più storie importanti, a volte con la stessa persona: la crisi che una coppia sta attraversando segna la fine della storia come era e, allo stesso tempo, può essere l’inizio della nuova relazione tra gli stessi partner. Gli strumenti per farsi aiutare, lí dove la coppia non arriva da sola. É responsabilità dei partner decidere di usarli. Perché, ricorda la Mazzantini, nessuno si salva da solo.

Giada Ceridono

SPUNTI – L’altro che mi altera

Per amare l’altro dobbiamo amare prima di tutto l’altro in noi stessi, l’altro che è in noi e con il quale è difficile fare pace. “Se vogliamo imparare ad amare, dobbiamo procedere nello stesso modo in cui dobbiamo apprendere qualsiasi altra arte. Erich Fromm, nel suo famoso libro “L’arte di amare”, ci offriva qualche suggerimento. L’amore è un’arte che va imparata, un viaggio impegnativo che dura tutta la vita, non si tratta di conoscere delle teorie o apprendere delle tecniche, ma di affinarsi, giorno per giorno, nell’esperienza fondamentale che sta alla base del vivere umano. Ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita è l’amore, nelle sue due essenziali dimensioni: possiamo amare ma anche essere amati, possiamo essere soggetti o oggetti dell’amore. L’amore struttura il nostro modo di essere al mondo. L’amore ha bisogno dell’altro. 
[…]

Sin dall’inizio della nostra vita l’altro ci accoglie, ci accompagna, ci struttura nel nostro percorso di identificazione e di differenziazione. Nell’altro ci rispecchiamo, ci sentiamo riconosciuti, valorizzati, ma a volte anche non capiti, respinti, non rispettati. In poche parole l’altro ci determina, ci condiziona, ci “altera”. 
E’ l’esperienza dell’amore in tutta la sua complessa dinamica che crea in noi la necessità di amare. 
[…] L’amore cerca l’altro, desidera mettersi in relazione con l’altro, riuscire a conoscere l’altro, sperimentare la vita insieme all’altro, trascorrere il tempo che ci è dato con l’altro. Amiamo i nostri cari, i nostri amici, il nostro lavoro. Amiamo i poveri, amiamo le persone felici e quelle tristi, arriviamo ad affermare di amare Dio.
Quando diciamo “l’altro” da amare a chi ci riferiamo? Poche volte riflettiamo quanto sia importante per la nostra esperienza d’amore amare soprattutto l’altro di noi stessi, l’altro che è in noi e con il quale è difficile stabilire un rapporto positivo. Quella parte di noi che in certi momenti ci sfugge, che non capiamo, non accettiamo e che ci altera, con cui non riusciamo a fare armonia per strutturare l’unità profonda del nostro essere. Da questo difficile e pur indispensabile rapporto di amore dipende la qualità di tutte le altre nostre relazioni.

(Citazioni di Mario De Maio, L’altro che mi altera, Quaderni 2/15)

SPUNTI – Il tempo per separarsi

foto divorzioLa recente discussione sulla riforma del divorzio breve fa riflettere sul ruolo del tempo nei processi di separazione e divorzio. Da un lato c’è il tempo imposto dalla legge e dai procedimenti in tribunale. Il tempo delle udienze come passaggi per arrivare alla separazione, poi il tempo minimo necessario per arrivare al divorzio. La legge struttura il tempo e rende visibili i cambiamenti in corso. Il tempo della legge – lì dove disciplina i tempi minimi tra separazione e divorzio – non è quello che fa durare una relazione, ricucire un rapporto in crisi o tornare insieme. Nota giustamente Michela Marzano che “La riforma del divorzio, di fatto, non è né rivoluzionaria, né immorale. È solo un modo per adeguare la legislazione italiana alla realtà, prendendo atto non solo del fatto che la vita è molto più complessa, frastagliata e balbuziente di qualunque teoria — non è d’altronde uno dei più grandi psicanalisti, Jacques Lacan, che diceva che la verità di un essere umano emerge proprio quando si balbetta e la parola si inceppa? — ma anche del fatto che non è certo per legge che si può imporre a una relazione di durare. Le storie d’amore, talvolta anche le più belle, possono finire. Anzi, spesso finiscono. E quando finiscono — cosa quasi sempre triste, dolorosa, talvolta anche difficile da accettare e da metabolizzare — non è certo il passare del tempo che permette a due persone che non vogliono più condividere la propria vita di restare insieme. Il tempo, soprattutto quando si parla di affetti e di sentimenti, non è mai univoco. E se alcune volte permette di ricucire le ferite, altre volte non fa altro che esasperare ancora di più le tensioni e i conflitti esistenti” (da La Repubblica del 23/04/2015).

Dall’altro lato, è il tempo interiore che va curato, prima dopo e durante la procedura di separazione o anche il divorzio. E’ il tempo del divorzio emozionale che, osserva Anna Oliverio Ferraris, “può verificarsi molto prima che la coppia si separi fisicamente o, al contrario, può rimanere a lungo incompiuto anche dopo che è stata emessa la sentenza di divorzio. La fine di un matrimonio è la frattura di un patto che avviene a due livelli: quello della “dichiarazione di impegno”, che è ufficiale, e quello del “patto segreto”, che è interiore, emotivo. Spesso si verificano situazioni in cui coloro che hanno sciolto il patto a livello ufficiale non riescono a fare altrettanto a livello intimo. L’intimità vissuta insieme ha creato un legame di attaccamento che non si interrompe a comando. Il divorzio legale, se avviene dopo che è già stato elaborato quello emozionale e materiale … sarà meno traumatico; in questo caso infatti i partner separati non hanno la necessità di usare il tribunale per vendicarsi, per dimostrare che l’altro ha torto in ogni iniziativa che prende oche non prende, per punire l’ex usando la carta dell’affido dei figli o dell’assegno di mantenimento”. Il tempo interiore è necessario alla rielaborazione di quello che è successo nella coppia, alla maturazione del distacco. A questo processo interiore deve essere dato il tempo necessario, per quanto snervante possa essere. Una separazione, soprattutto quando ci sono i figli, va maturata; il conflitto tra i partner va compreso così che possa abbassarsi di tono e non, invece, restare come una miccia accesa, pronta ad esplodere magari su questioni, anche minori, che riguardano i figli. Quando ci sono i figli, poi, c’è una trasformazione da maturare, dall’essere coppia sentimentale ad essere coppia genitoriale. Per continuare responsabilmente a collaborare nell’interesse dei figli. Per non far pagare a loro prezzi ulteriori a quelli che già pagano. Perché “dai figli non si divorzia” (A.O. Ferraris).

SPUNTI – Video: La separazione vista da un figlio

Un video trasmesso dalla televisione RSI LA1 svizzera fa riflettere su come un figlio può vivere la sofferenza dei genitori per una separazione o un divorzio. Genitori che diventano ‘bestie’ e di cui il figlio deve occuparsi emotivamente. E’ un utile reminder dell’importanza di ‘separarsi bene’ e di proteggere i figli nonostante il dolore che si sta vivendo. Troppe volte i figli diventano i salvatori emotivi dei loro genitori, soprattutto delle madri, e questo è un compito pesantissimo ed ingiusto. Piuttosto, i genitori hanno la responsabilità di prendersi cura di se stessi, in primo luogo, per proteggere adeguatamente i figli. Di qui l’importanza di tutti gli strumenti che possono aiutarli ad abbassare i toni del conflitto con il partner, a comprendere quello che non ha funzionato nella relazione e la parte di ciascuno in questo. Tutto questo aiuta ad elaborare il lutto della separazione e, nello stesso tempo, a maturare la consapevolezza che, anche se non si è più coppia, si resta comunque ‘genitori insieme’ e che entrambi i partner devono collaborare insieme per aiutare i figli a vivere il meglio possibile un evento per loro già profondamente di rottura. Per altre considerazioni cfr. http://www.stateofmind.it/2015/04/genitori-bestia-separazione/, che ha segnalato il suddetto video.

TEMI – Infertilità: le risorse per fare fronte

Spesso, quando il desiderio di un figlio non trova una naturale ed immediata realizzazione, si attraversano percorsi faticosi e frustranti. La coppia deve riscoprire le proprie risorse per affrontare nel modo migliore una complessa fase di vita. Questo non sempre avviene: in diversi casi non si cerca un aiuto medico; determinante è la difficoltà, generalmente degli uomini, ad aprirsi con amici e parenti per parlare del problema, oltre che l’assenza di adeguate informazioni. Inoltre, secondo alcuni studi oltre la metà delle coppie non persevera nel ciclo di trattamenti a causa della fatica e della tensione. Il costo dei trattamenti, al contrario, non ha la medesima incidenza; anzi, l’abbandono delle cure avviene anche nei paesi in cui il trattamento è a carico del servizio sanitario nazionale (Brandes et al., 2009)*.

Secondo uno studio condotto presso l’Università del Michigan, al momento delle cure mediche la resilienza della coppia – ossia la capacità di reagire positivamente ai traumi, al dolore e al cambiamento, subìto, del proprio progetto di vita, mutando le difficoltà in opportunità – è significativamente impoverita. Invece, l’aprirsi e il cercare aiuto per affrontare e gestire i problemi aumentano la capacità di reagire, rivalutare la propria sofferenza, modificare l’idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale e farne un’occasione di crescita personale.

La coppia ha comunque risorse importanti da valorizzare per avere sostegno ed orientamento. In primo luogo, la propria rete sociale, anche se soprattutto gli uomini tendono a non avvalersene pienamente, essendo meno aperti a parlare del problema.

Le esperienze di gruppo sono poi molto utili, in quanto consentono la condivisione delle emozioni e al sostegno emotivo della coppia. Infine, gli rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta aiuta ad elaborare la mancata genitorialità, ad orientarsi nella scelta delle strade da intraprendere nonchè a gestire la tensione legata al ricorso a cure mediche e le problematiche di natura sessuale che possono essere intervenute per via dell’infertilità. Sono ormai numerosi gli studi che sostengono come l’utilizzo di tali risorse diminuisca lo stato di stress della coppia.

*Brandes et al., When and why do subfertile couples discontinue their fertility care? A longitudinal cohort study in a secondary care subfertility population, HumReprod. 2009 Dec; 24(12): 3127-35.