SPUNTI – I fallimenti adottivi

Un articolo fa il punto sui drammatici numeri dei fallimenti adottivi, storie in cui perdono tutti. Tutti, ma i bambini che già hanno sofferto un abbandono e una mancanza terribili, di più.
E’ davvero importante che le coppie arrivino preparate a questo passo e alle difficoltà che possono derivarne. Che abbiano fatto i conti con i propri limiti e con i propri desideri. Che sappiano dire un sì quando è davvero un sì nonostante tutte le incertezze, le cose che possono non funzionare e le difficoltà che ci saranno.
Dare ad un bambino il proprio nome richiede una capacità di guardarsi dentro e di consapevolezza di quello che si fa cruciale. Perché quello che è in ballo non è solo il comprensibile desiderio di essere genitore, in genere quando la strada biologica non ha funzionato, ma la sofferenza di un bambino e il suo diritto ad avere un’altra chance. Non è una strada per tutti.

Nello stesso tempo la capacità di accoglienza dei genitori è importantissima e va coltivata, curata, alimentata. Per questo è molto importante che i genitori adottivi, prima e dopo l’adozione, si confrontino e ricevano supporto ed aiuto – tramite, tra l’altro, le testimonianze di altre famiglie adottive e delle organizzazioni attive nel settore –  per arrivare a dire in maniera consapevole, e a sempre rinnovare, che sì, a quel bambino sono pronti a dare il nome di figlio.

http://www.lastampa.it/2016/03/13/italia/cronache/quando-ladozione-fallisce-ogni-tre-giorni-un-bimbo-viene-restituito-allo-stato-CSEIHY1sVSLpoT420OxhEJ/pagina.html

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SPUNTI – Genitorialità: La differenza tra padre e genitore

“Spesso si fa confusione tra padre e genitore. All’uomo bastano tre minuti per essere genitore. Tutt’altra avventura é l’essere padre. Essere padre é dare il proprio nome al bambino, provvedere al suo sostentamento a prezzo del proprio lavoro; é educarlo, istruirlo, chiamarlo a un più di vita, a un più desiderio… É tutt’altra cosa che essere genitore. Tanto meglio, forse, se il padre é anche genitore ma, in fondo, ci sono solo padri adottivi. Un padre deve sempre adottare il proprio figlio. Vi sono padri che adottano il figlio già alla nascita, altri qualche giorno o alcune settimane più tardi, altri ancora lo adotteranno quando comincerà a parlare, ecc. Non c’é padre che non sia adottivo.” Così scriveva la psicanalista Françoise Dolto, sviluppando l’intuizione lacaniana secondo cui ogni maternità o paternità é sempre frutto di una scelta, di un’adozione; nel libro “I Vangeli alla luce della psicoanalisi” la Dolto ha riletto in questo senso il ruolo simbolico di padre di Giuseppe, osservando quanto segue: “La “Sacra Famiglia”, che a prima vista sembra essere una famiglia un pò fuori dal comune, rispetto al processo di genitorialitá sul piano umano, in realtà mette a fuoco tutte le necessità di genitorialitá sul piano spirituale. Giuseppe é un esempio straordinario, poiché accetta fin nel suo inconscio di allevare questo bambino. Sa che non si hanno mai i bambini sognati, perciò lo adotta. Accetta di proteggerlo, guidarlo, istruirlo nella legge, insegnargli il mestiere di uomo, senza essergli rivale. Le parole che raccontano tutto ciò non hanno forse un grande valore di esempio per noi che invece di accettare i bambini li censuriamo, per noi che ‘imprigioniamo’ i nostri figli per paura o per rivalità”.

SPUNTI – Il difficile amore nelle adozioni

Adoption-words“Ogni vita è una storia di amore ma le storie delle persone adottate sono frutto di un amore del tutto speciale.” Adottare un figlio è un compito grandioso e di straordinaria complessità. Si tratta di fornire un confine ed una protezione a figli che fanno i conti con la ferita dell’abbandono. I genitori adottivi devono aiutarli a a contenere e veicolare le grandi energie di cui sono capaci.

Un tale compito richiede competenze articolate e una rete di amici e di consulenti che, nelle diverse situazioni, possano offrire spiegazioni e indicazioni. E’ essenziale riuscire a comprendere quanto le difficoltà concrete che si presentano siano la manifestazione del fatto che “queste creature prese in adozione … portano nel loro intimo, in modo più o meno consapevole un rifiuto e un abbandono che immancabilmente segna la loro personalità. Se l’esperienza d’amore è ciò che permette ad ogni bambino di poter dire “io”, cioè di strutturare una coesione e integrazione interiore che diventa la base dell’identità, a queste persone tutto ciò non sempre è stato dato. L’affetto e l’amore dei genitori adottivi purtroppo non può colmare completamente questo vuoto profondo. A questa mancata strutturazione va attribuito l’insieme di comportamenti che spesso caratterizzano le persone adottate e che sono il cruccio dei genitori adottivi. L’incapacità di essere costanti nei loro impegni, di portare a termine dei compiti gravosi come quello dello studio, la possibilità di stabilire relazioni affettive durature, sono da attribuire alla frantumazione interna e al senso di inadeguatezza che accompagnano la loro vita. I genitori adottivi sono sovente tormentati dal dubbio di non essere stati buoni genitori e di essere loro responsabili della mancata realizzazione dei loro figlioli. È importante che questi sensi di colpa vengano elaborati con persone che hanno competenza in materia. Queste creature sono come una cellula che non ha potuto strutturare la sua membrana cellulare. La membrana cellulare nella cellula ha una funzione fondamentale perché permette gli scambi tra l’interno della cellula e il mondo esterno. I giovani adottati non hanno potuto strutturare un confine al proprio mondo interiore e per loro è difficile distinguere ciò che a loro appartiene e ciò che è esterno a loro. Questa funzione che a loro manca deve essere svolta dai genitori adottivi. ”

(citazioni dello psicanalista Mario De Maio tratte da http://www.oreundici.org/mario_de_maio/archivio_psicologia_spiritualita_home.shtml)