TEMI – Coltivare la giusta speranza nell’infertilità

Che la speranza aiuti a vivere è esperienza comune, oltre che dato scientifico; senza speranza, cade ogni possibilità di cambiamento, soprattutto in situazioni difficili. La speranza è una virtù teologale e anche una caratteristica personale importante, che implica la fiducia e la convinzione che risultati positivi possano essere ottenuti. La speranza viene generalmente definita come un’aspettativa positiva orientata al futuro, intenzionale e basata sulla realtà, di cui non si nega la difficoltà. La speranza dà consapevolezza e coraggio. Secondo uno studioso del tema, la speranza è un processo cognitivo in cui si ha la convinzione di poter raggiungere i propri obiettivi – che devono essere raggiungibili, anche se con un certo grado di incertezza – e di poter ideare dei piani a tal fine (C. R. Snyder). La speranza è, quindi, un processo dinamico.

La speranza è un elemento a cui le persone che desiderano un figlio non vogliono rinunciare, pure di fronte all’esperienza dell’insuccesso e alla difficoltà di considerare un figlio come un obiettivo raggiungibile. La speranza aiuta ad avere consapevolezza e, nel contempo, a mantenere la motivazione; il passo è breve, tuttavia, rispetto al pericolo di coltivare aspettative irrealistiche di successo. Inoltre, è importante permettere alla speranza di evolvere nel corso dell’esperienza dell’infertilità, integrando l’obiettivo di un figlio in una prospettiva più ampia di speranza, intesa come speranza di vita. In questo senso uno degli studi più completi sul tema osserva che la speranza cambia a seconda delle fasi del processo in cui ci si trova, fasi distinte, in particolare, in quella dell’impegno, dell’immersione e del disimpegno (Y. Benyamini, 2003)[1]. Nella prima fase dell’impegno, chi ha problemi di infertilità tende a mantenere un’alta speranza, sia pure delegando molto al medico scelto. La fiducia nel professionista e la diligenza nell’eseguire i compiti medici assegnati dà alla donna e alla coppia un senso di controllo che permette loro di navigare all’interno dei sentimenti difficili che stanno provando. Soprattutto le donne avrebbero la tendenza ad avere aspettative irrealisticamente ottimiste circa le possibilità di successo dei trattamenti. Questo perché, a differenza di altri campi medici, nel caso dell’infertilità le possibilità di successo sono dell’ordine del tutto o niente, di un ‘o-o’, nel quale è molto più semplice contemplare la possibilità di successo che quella di fallimento. Nell’esame di realtà si tenderebbero ad interpretare i dati con un eccesso di ottimismo.

Secondo Beniamini la seconda fase è quella dell’immersione: con l’andare avanti dei tentativi si acquista consapevolezza che la risoluzione dei problemi non sarà né facile né breve. Da ciò deriva un senso di impotenza e di perdita di controllo oltre che un aumento del livello di stress. Soprattutto le donne cominciano ad evitare di frequentare persone che hanno figli; nel contempo, tuttavia, quelle stesse donne faticano ad accettare l’etichetta di ‘infertili’. In questo senso vivono il dilemma di dividersi tra accettazione e negazione del problema. L’accettazione di un evento stressante è spesso il primo passo per una strategia di adattamento. In questo caso, tuttavia, l’ambiguità della diagnosi medica rallenta la velocità di accettazione del problema, visto che la realtà potrebbe cambiare in ogni momento: basta, infatti, che il prossimo trattamento sia quello determinante ed immediatamente la coppia rientrerebbe nella situazione della normalità. In questa fase possono distinguersi tre distinti modi di reagire: lo stile di risposta “focus sull’infertilità”, lo stile di risposta “integrare l’infertilità dentro la vita” e quello “infertilità come una sfida a parte”. Nel caso dello stile di risposta ‘focus sull’infertilitàil resto della vita è in attesa, le donne non investono più sulla carriera o su altri interessi; a volte ci sono sentimenti di colpa che spingono a non prendersi gratificazioni; a volte si riduce il coinvolgimento in attività sociali per la difficoltà di avere a che fare con persone con bambini. Spesso la relazione tra i partner è appesantita da eventuali recriminazioni e, comunque, dalla tensione, mettendo così a repentaglio la risorsa più importante che hanno a disposizione, il proprio rapporto di coppia. La fantasia di avere un figlio resta e si continuano i trattamenti; anche se ci si tiene occupati per distrarsi non si perseguono altri obiettivi di vita. Le donne che attribuiscono maggior valore alla maternità vivono la maggior tensione. È questo lo stato meno difficile nel quotidiano: ci sono meno tensioni tra le esigenze legate alla condizione di infertilità e quelle di altri ambiti della vita; la fantasia comune, ovviamente irrealistica, è che risolvendo il problema dell’infertilità si risolveranno tutti gli altri problemi nella vita.

Chi segue lo stile di risposta ‘integrare l’infertilità dentro la vita’ adotta comportamenti attivi per limitare l’impatto dell’infertilità sulla vita. Il sogno di maternità non è abbandonato, anzi resta il tema centrale che impegna queste donne; esse tuttavia fanno uno sforzo per continuare a portare avanti la propria carriera, i propri interessi personali e le relazioni sociali e di coppia. Tutti questi ambiti sono condizionati dalla fatica e dal tempo che l’infertilità richiede, ma continuare ad investire in essi costituisce una fonte di gratificazione che restituisce un po’ delle energie perse. Non è facile mantenere l’equilibrio in quanto le esperienze legate all’infertilità continuamente si riaffacciano e vi sono continue tensioni tra le esigenze e domande legate a quel fronte e le altre domande della propria vita.

Infine, nello stile di risposta “infertilità come una sfida a parte” la mancanza di generatività è come se fosse l’unico aspetto rilevante della vita e, nello stesso tempo, tutti gli altri domini dell’esistenza (relazioni, lavoro, ecc) sono vissuti come se l’infertilità non esistesse. La speranza è ampia e focalizzata sulla qualità della propria vita, di cui la futura maternità è un aspetto. Quando si attiva questo stile di risposta non ci si limita a distrarsi bensì ci si impegna attivamente per darsi compensazioni, ci si coccola e si investe in altri ambiti della vita. Le coppie con questa mentalità sono in controllo dei trattamenti, condividono apertamente i loro vissuti con altri e nel frattempo si creano una vita che include spazi di cura parentale per altri. Tutto questo porta a livelli di qualità di vita significativamente più alti. Le donne di età più elevata sono avvantaggiate: hanno avuto più tempo per sviluppare altri interessi e realizzare alcuni dei propri obiettivi di vita, per cui la maternità non è più l’unico modo per sentire la propria identità ed il proprio auto-valore. Avere una rappresentazione di sé come multi-sfaccettata aiuta a ridurre lo stress dell’infertilità, soprattutto se le varie rappresentazioni sono positive.

Infine, per Benyamini la fase del distacco è quella più complessa, in cui la coppia, che era partita perseguendo un sogno e senza la minima attenzione alle statistiche, deve scendere a patti con la realtà e costruire un’altra strada mano a mano che le probabilità di un concepimento si riducono. In questa fase, in cui la speranza di un figlio naturale si riduce sempre più, è importante che trovi pieno sviluppo un’altra speranza, una speranza più ampia, nella vita, che consenta di trovare altre strade in cui veicolare le energie e le motivazioni sottese al progetto di un figlio.

Coltivare la capacità di individuare altri obiettivi – eventualmente anche chiedendo aiuto ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta quando da soli è troppo difficile – aiuta a recuperare un senso di scopo e di benessere. Se già in precedenza ci è coinvolti in altri  progetti allontanarsi dall’obiettivo della genitorialità biologica è meno difficile rispetto al caso in cui ci si impegni in un nuovo interesse come diretta conseguenza dell’ostacolo alla paternità o maternità.

Le considerazioni della Benyamini sono utili spunti di riflessione sull’importanza di integrare il desiderio di un figlio all’interno del progetto della propria vita, allargare la prospettiva e consentire alla speranza di evolversi, se quell’obiettivo non viene raggiunto, in speranza di vita, in capacità di dirottare il potenziale di amore e di energia inespressa in un nuovo e diverso progetto creativo.

[1] Y. Benyamini, Hope and fantasy among women coping with infertility and its treatments, in R. Jacoby – G. Kenian, Between stress and hope. From a disease-centered to a health centered perspective, 2003.

dott.ssa Giada Ceridono

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